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L'Annunciazione: il primo miracolo di Maria

L'Annunciazione: il primo miracolo di Maria

di Katiuscia Iacchini

Una delle prove più difficili per l'essere umano credo sia quella, oggi e sempre, di riuscire a non scappare di fronte a ciò che ci destabilizza facendoci uscire dalla nostra comfort zone. Lo sperimentiamo ogni giorno dalle situazioni apparentemente più banali, a quelle che mettono in gioco una vita intera e le sue regole immaginarie, come una malattia diagnosticata a ciel sereno o una perdita di stabilità nelle relazioni che abbiamo costruito.

"Eccomi": in quest'unica parola è racchiuso il primo miracolo di Maria, quello che ridona a ciascuno di noi la speranza, che non ci condanna più alla scelta autodistruttiva di rimanere servi, ma figli ed eredi di un Regno che non perirà.

Il vero male nella nostra vita è la solitudine, dove si consumano le nostre speranze. Il male cerca di operare in noi divisione e isolamenti. Maria stessa intuisce il rischio di quella chiamata e ne prova una vertigine di paura che lei vince con l'abbandono nelle mani di Dio, con il “salto” della fede che le fa dire “Sì”. Lei non fugge via, rimane. Nelle fasi più incomprensibili della sua vita Ella rimane. È un verbo che indica un'assenza di movimento.

Spesso pensiamo che per corrispondere ai progetti divini si debba fare tanto. Credo che sia proprio quando arriviamo a fare meno, a parlare meno, a preoccuparci meno, che arrivi il più di Dio; è Lui che inizia a lavorare e a farsi strada tra una miriade di incomprensibili meccanismi mentali, sentimenti e moti interiori.

"Ecco la Serva del Signore: avvenga per me secondo la Tua parola". È la risposta di chi rischia tutto pur non comprendendo nulla, pur non pretendendo risposte.

Quante volte nella nostra vita pretendiamo risposte? Sempre. Quante volte ci vengono negate e per questo chiudiamo le porte del cuore?

Chiudiamo relazioni, rapporti d'amicizia, legami familiari, tagliamo fuori tante persone dalla nostra vita poiché non hanno corrisposto alle nostre aspettative, non ci hanno sostanzialmente detto ciò che volevamo sentirci dire, ci hanno lasciati nel “non definito”. Anche la relazione con Dio in fondo spesso ce la “cuciamo” su misura per dare zuccheri al nostro cervello, non è vissuta nella pienezza della fede vera, poiché mistificata dall'idea del nostro Dio personale.

Ma Cristo non è solo nelle cose belle che ci capitano, è anche negli eventi negativi che viviamo. La fede è avere il coraggio di capire come Dio sia entrato nel nostro vissuto. Abbandonare le nostre fantasie e riconoscere il passaggio di Dio nella nostra vita è la sfida del quotidiano.

A volte, anche quando Dio si manifesta nelle cose belle, siamo capaci di sprecare tutto, dandole per scontate, vanificando nell'abitudine i doni che riceviamo con la presenza dell'altro. Perché, in fondo, l'amore non è un sentimento legato alla precarietà del quotidiano, non è racchiudibile solo nei moti capricciosi del cuore. È scelta quotidiana, è il Sì di Maria ripetuto nei giorni, nei mesi negli anni della nostra vita, è quella volontà di “rimanere” nonostante tutto, nonostante siano crollati i fronzoli che ornavano inizialmente le nostre scelte, è quello sforzo di cogliere nella preziosità di ciò che abbiamo, un dono d'amore di Dio.

Quando taluni incontri modificano le nostre scelte e la nostra vita, lì dovremmo partecipare attivamente con il nostro "Eccomi", non rimanendo passivi spettatori, non dando per scontate le cose belle che ci accadono, diventando protagonisti dunque.

Maria è colei che ci dà la chiave di lettura di come si sta al mondo, lei stessa rimane turbata come noi davanti alle sorprese della vita. Temiamo spesso di perdere la fede quando non comprendiamo ciò che ci succede. Ci manca la fiducia, il dire il nostro sì anche nel non senso. Non possiamo dire di avere fede se non riusciamo ad abbandonarci alla rivoluzione della nostra vita nella luce o nell'oscurità. Ricevere il nostro annuncio è sapere che Dio continua ad operare nelle nostre esistenze, anche quando pensiamo che Lui non abbia nulla a che vedere con ciò che accade.

Perdendo noi stessi, perdendo la radice della nostra superbia, sganciando la zavorra del nostro egoismo, riusciremo a capire che noi non siamo le nostre emozioni o i nostri sentimenti. Dobbiamo avere il coraggio di disobbedire a ciò che sentiamo, capire che il protagonista vero è Dio e non gli eventi con la loro potenza trascinante.

Se sono stato malato ed ho sperimentato la sofferenza, potrò scegliere se vivere per sempre nella paura di riammalarmi e di morire o decidere di vivere una spiritualità dell'istante, dell'adesso, dell'annuncio che ci fa sentire Dio come seminatore nelle nostre vite.

Affermare oggi, in una conversazione, che dobbiamo a volte “disobbedire” a noi stessi, ai nostri sentimenti e inclinazioni, farebbe scoppiare polveroni tra i grandi sostenitori dell' “io”, sarebbe forse inaccettabile per la stragrande maggioranza degli psicologi, alcuni dei quali forse accoglierebbero con una sonora risata banalizzante le nostre esternazioni. Coloro che sono edonisticamente e narcisisticamente abituati a porsi sempre al centro delle relazioni, a sbandierare l'importanza essenziale del loro benessere come unico mezzo per far stare bene l'altro, probabilmente vivrebbero tali affermazioni come follia o eresia.

Avere Fede oggi è in fondo essere dei “folli” che, con un grande salto nel buio, dicono il loro "ECCOMI". Ma quel buio in fondo, a ben guardarlo, non è forse così buio, perché porta alla Luce vera.

 

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